Cinque anni. Il ciclo delle elementari di Sole si è concluso e io sono qui, con gli occhi ancora un po’ lucidi, a cercare le parole giuste. Non è sempre facile, condensare cinque anni di gioie, esperienze e progressi in un articolo non è possibile.
Partiamo dall’inizio, da quel settembre di qualche anno fa in cui Sole è entrata per la prima volta in quella classe con la sua cartella quasi più grande di lei. In aula c’erano Daniela e Clara. Due maestre. Due. Le stesse dall’inizio alla fine, dal primo giorno all’ultimo, senza cambi in corsa, senza supplenti improvvisati, senza vuoti da colmare. Daniela e Clara, vecchio stampo — e lo dico come il più bel complimento che esista — non severe ma decise, con un metodo chiaro in testa e la capacità di trasmetterlo ogni giorno senza che nessuno dovesse mai chiedersi dove si stava andando. Dal primo momento ho capito che potevo fidarmi, e quella fiducia non è mai venuta meno. Non è una cosa scontata. Fidatevi, non lo è per niente.
La classe poi. Diciotto bambini alla fine, solo sei femmine, un gruppo che nel tempo ha perso qualche pezzo per strada, com’è normale che sia. I primi anni erano anni particolari, le mascherine erano ancora di casa, le distanze erano ancora una regola e non una scelta. Eppure, in qualche modo, questa classe ha trovato il suo collante. L’unità. Quella cosa difficile da costruire e facilissima da distruggere. Loro ce l’hanno avuta, sempre, e questo ha fatto la differenza.
E poi ci sono loro, i compagni. Diciassette facce che in cinque anni sono diventate familiari quanto quelle di casa. Giada, un uragano — nel senso migliore possibile, quella presenza che non passa mai inosservata. Maia, schietta come pochi, di quelle che ti dicono le cose in faccia e per questo le vuoi bene il doppio. Roberta, sempre allegra, uno di quei bambini che entrano in una stanza e la temperatura sale di qualche grado. Greta, la compagna di mille avventure, quella con cui le giornate non finivano mai davvero neanche quando suonava il campanello. Marta, simpatica di natura, con quella capacità di mettere tutti a proprio agio senza nemmeno provarci. E poi i maschi, Joaquin sempre divertente, Riccardo sempre pronto allo scherzo, due che in qualsiasi situazione trovavano il modo di strapparti un sorriso. Una classe così non si trova ad ogni angolo.
Lo dico anche perché ho un termine di paragone. Chi conosce questo blog sa che ho già vissuto questo momento, con Alma. E il confronto, pur non volendo fare classifiche, racconta due storie molto diverse. Alma ha cambiato quattro maestre in cinque anni, con tutto quello che questo comporta in termini di metodo, continuità, fiducia. I genitori della sua classe erano spesso in disaccordo, tra di loro e con gli insegnanti, quasi mai un fronte comune. I compagni, tanti con grandi potenzialità, ma ognuno per sé, raramente disposti a condividere qualcosa con gli altri. Non è una colpa di nessuno, le cose vanno così a volte. Ma proprio per questo, quando le cose vanno diversamente, bisogna riconoscerlo e dirlo ad alta voce: una buona classe e dei buoni insegnanti non sono un diritto acquisito. Sono un privilegio, e come tale vanno vissuti con gratitudine.
Ecco, la gratitudine. È quella la parola che mi porto a casa da questi cinque anni. Gratitudine per Daniela e Clara, per la loro costanza e la loro competenza. Gratitudine per i genitori di questa classe, sempre disponibili, sempre rispettosi, mai sopra le righe. Gratitudine per i compagni di Sole, diciassette bambini che hanno imparato non solo a leggere e a scrivere, ma anche a stare insieme.
In prima elementare erano dei pulcini. Li ricordo così, piccoli, incerti, con quegli zaini enormi e quella faccia da “cosa sta succedendo”. Adesso sono pronti a spiccare il volo. E quando li abbiamo salutati l’ultima volta, qualche lacrima è scesa, inutile negarlo. Non di tristezza, o almeno non solo. Di quelle lacrime che arrivano quando capisci che qualcosa di bello è davvero finito, e che proprio per questo è stato bello sul serio.
Vola, Sole. Il tuo papà ti guarda da qui, con gli occhi ancora un po’ lucidi.