È qualche giorno ormai che in casa c’è un vuoto difficile da sopportare. Non è silenzio, è qualcosa di più. Uno arriva a casa, entra, si mette comodo, magari beve un bicchiere d’acqua, e poi arriva quella sensazione di vuoto che ti prende alle spalle. Una mancanza precisa, che ha un nome: Ilo.
Ilo non c’è più. Se n’è andato venerdì mattina. Era ricoverato da lunedì, le abbiamo provate tutte. A un certo punto c’era anche la speranza di riportarlo a casa, ma la situazione è degenerata molto in fretta e alla fine ci siamo dovuti arrendere anche noi.
Ilo non era solo un gatto. Era un componente della famiglia a tutti gli effetti. Era arrivato poche settimane dopo l’inizio della convivenza con Simona, agosto 2007, lui aveva già un anno suonato. Fu amore a prima vista — da parte mia. Lui invece dava fiducia piano piano, come piano piano prendeva le misure della sua nuova casa.
Era un bel gattone, non grasso ma imponente, completamente bianco, con un carattere molto deciso. Quando non voleva qualcosa lo faceva capire senza tanti giri di parole. E allo stesso tempo sapeva benissimo ottenere quello che voleva.
Ilo era anche il gatto dai molti nomi. Era arrivato come Fufi, poi Candido, Candidone, Giordano, Caronte (perché in campagna si metteva all’entrata di una porta col buio alle spalle), il Candidato. Ma alla fine era sempre Ilo.
È stato una presenza costante nella nostra vita per diciannove anni. Ha conosciuto tutte e tre le nostre figlie, ha avuto un compagno di giochi, Brando, che se n’è andato un anno e mezzo fa. È cresciuto insieme a noi, passo dopo passo, fino a diventare una colonna della famiglia.
In fondo è sempre stato bene. Il veterinario lo ha visto pochissime volte, nulla di importante. Le sue passioni erano leccare la plastica, il pesce, il pollo — rigorosamente fresco — scavare la ciotola dell’acqua e mettersi alle mie spalle mentre mangiavo. Lo faceva sempre allo stesso modo: saliva sullo sgabello dietro di me e, con una delicatezza quasi educata, senza mai tirare fuori le unghie, mi toccava il braccio. Piano. Come a dire: “Ehi amico, fammi assaggiare un po’”. L’ha fatto anche l’ultimo giorno.
E poi c’erano i suoi piccoli capolavori quotidiani. Una volta avevo lasciato il contenitore delle fette biscottate aperto, ormai vuoto. Per curiosità ci infilò la testa dentro e, essendo leggerissimo, il contenitore rimase incastrato. Per qualche secondo in casa si aggirava un gatto con una scatola al posto della testa, che correva senza capire bene cosa stesse succedendo.
Un’altra volta lo lasciammo in campagna dai nonni per una settimana. Quando tornammo a prenderlo non era più bianco: era grigio fuliggine. Aveva scoperto un vecchio camino chiuso da una tavola di legno, era riuscito a spostarla e aveva deciso che rotolarsi nella cenere fosse un’ottima idea. Più volte.
E poi quella volta, nella casa vecchia, in cui rientrammo e Ilo non c’era. Lo chiamavamo, croccantini, scatolette… niente. Alla fine lo trovammo sul balcone dei vicini, proprio nell’angolo che confinava con il nostro. Sotto, quattro piani di vuoto. Lui tranquillo, come se fosse la cosa più normale del mondo.
All’inizio non era affatto un gatto facile. Aveva un carattere forte, cercava spesso lo scontro, soprattutto con me. Avevo persino costruito un guanto rinforzato con nastro telato per “combattere” con lui senza uscirne distrutto. Fu il veterinario a suggerirci di prendere un altro gatto. Così arrivò Brando, che come primo gesto di benvenuto mangiò tutta la pappa di Ilo. Da quel momento, però, Ilo smise di cercarmi per la lotta e rimase solo la parte migliore: le coccole.
Con lui avevo un piccolo rituale. Gli prendevo la zampina e gliela stringevo come per dire “piacere”. Solo la sinistra, perché la destra non la faceva toccare volentieri, a causa di una vecchia scottatura. Anche quello, in fondo, era un modo per rispettarlo.
Piaceva a tutti, ma non era per tutti. La frase era sempre quella: “Che bello, si fa accarezzare?” E noi: “Sì… ma attenzione, è un gatto un po’ particolare.” Non cattivo, semplicemente non disposto a concedersi a chiunque.
E poi le sue coperte. All’inizio quella di mohair della nonna, poi quelle più moderne. La sera, dopo cena, voleva sistemarsi comodo e pretendeva che fossero messe in un certo modo. Ci guardava, fermo, aspettando che capissimo e intervenissimo. E in qualche modo capivamo sempre.
E forse è proprio così che voglio ricordarlo. Non nella clinica, non nella fatica degli ultimi giorni, ma lì, dietro di me, presente, discreto, testardo il giusto. Parte della mia quotidianità in un modo così naturale da sembrare eterno.
Adesso quel gesto non c’è più. Rimane il ricordo di una vita passata al servizio di questo personaggio indimenticabile che era il vero padrone di casa.
Ciao Amico mio, buon viaggio!